Marco Ius
Formarsi insieme per ripensare il lavoro con le persone anziane - DEASS
- Continuing education
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- Formarsi insieme per ripensare il lavoro con le persone anziane
SUPSI Image Focus
Tra marzo e aprile, operatrici e operatori dei servizi per anziani hanno vissuto un percorso formativo ricco di scambio e riflessione. Attraverso attività laboratoriali, immagini e racconti professionali, il gruppo ha esplorato nuove modalità per valorizzare le persone anziane come protagoniste attive, portatrici di storie, desideri, risorse e possibilità.
Nel mese di marzo e aprile si è svolto un percorso di formazione rivolto a operatrici e operatori sociali impegnati nei centri diurni e nei servizi per persone anziane. Il percorso ha rappresentato un’occasione preziosa per fermarsi, riflettere insieme e dare parola all’esperienza professionale quotidiana, valorizzando il sapere che nasce dal lavoro concreto nei servizi.
La formazione è stata pensata come uno spazio laboratoriale, più che come una lezione frontale. Attraverso metodi attivi, narrativi e visivi — oggetti personali, immagini, domande professionali, lavoro in coppia, piccoli gruppi e restituzioni collettive — le persone partecipanti sono state accompagnate a esplorare le proprie pratiche, le proprie domande e le sfide che attraversano oggi il lavoro con le persone anziane.
Uno dei temi centrali emersi riguarda la necessità di guardare all’anziano non come categoria astratta, ma come persona in continua evoluzione, portatrice di storia, desideri, competenze, limiti, risorse e possibilità. I centri diurni sono stati riconosciuti come luoghi di incontro, appartenenza e partecipazione: non semplicemente spazi in cui “fare attività”, ma contesti in cui le persone possono sentirsi viste, accolte, riconosciute e ancora protagoniste della propria vita.
Il gruppo ha riflettuto sul cambiamento dell’anzianità e dei bisogni delle persone che frequentano i servizi. Gli anziani di oggi, e ancor più quelli di domani, portano esperienze, aspettative, interessi e familiarità con le tecnologie molto diverse rispetto al passato. Questo interpella i servizi a non restare ancorati a proposte standardizzate, ma a interrogarsi continuamente sul senso delle attività, sulle modalità di coinvolgimento e sulla possibilità di costruire percorsi insieme alle persone.
Un passaggio particolarmente significativo ha riguardato il tema della partecipazione. Mettere la persona “al centro” non significa solo progettare meglio per lei, ma creare condizioni perché possa esprimere desideri, preferenze, sogni, dissensi e proposte. Anche una domanda semplice — “qual è il tuo sogno nel cassetto?” — può aprire spazi di progettualità e restituire dignità al desiderio, anche nell’età anziana.
La comunicazione è emersa come competenza trasversale fondamentale. Il lavoro sulle domande aperte ha mostrato quanto il modo di porre una domanda possa aprire o chiudere possibilità di dialogo. Comunicare significa anche saper ascoltare, attendere, osservare il corpo, rispettare i tempi, verificare la comprensione, curare il tono, la distanza, il contatto e le parole utilizzate. In questo senso, è stata problematizzata anche la parola “utente”, a favore di un linguaggio capace di riconoscere le persone come soggetti, cittadini e partecipanti.
Ampio spazio è stato dedicato anche al lavoro d’équipe. Le operatrici e gli operatori hanno riconosciuto l’importanza di sostenersi reciprocamente, condividere fatiche, valorizzare differenze, riconoscere limiti e risorse di ciascuno. Il limite è stato discusso non solo come ostacolo, ma anche come confine, frontiera e occasione di incontro: qualcosa da nominare con cura, rispettare, attraversare o trasformare insieme.
Le cornici teoriche proposte — in particolare il modello bioecologico di Bronfenbrenner e la prospettiva della resilienza come capacità di orientarsi e negoziare risorse di Ungar — hanno aiutato a leggere il lavoro con le persone anziane dentro una rete più ampia di relazioni: famiglia, équipe, territorio, istituzioni, cultura, tempi di vita e trasformazioni sociali. Il benessere non dipende solo dalla singola attività proposta, ma dal modo in cui le risorse diventano accessibili, significative e condivise.
Dal percorso è emerso con forza che la qualità del lavoro nei centri diurni non dipende soltanto dal “che cosa” si propone, ma soprattutto dal “come”: come si accoglie, come si ascolta, come si coinvolge, come si costruisce fiducia, come si valorizzano le differenze, come si sostiene il desiderio di esserci.
La formazione si è conclusa con parole che restituiscono bene il senso dell’esperienza: condivisione, negoziazione, collaborazione, ricarica, partecipazione, coraggio, leggerezza, sicurezza, creatività, cura. Parole che parlano del lavoro degli operatori, ma anche dei bisogni profondi delle persone anziane che frequentano i servizi.
Il percorso ha confermato che i centri diurni sono luoghi vivi, in trasformazione, capaci di generare relazioni, appartenenza e possibilità. E ha ricordato che accompagnare le persone anziane significa continuare a credere che, in ogni fase della vita, resti aperto uno spazio per essere riconosciuti, partecipare, desiderare e contribuire.
La formazione è stata pensata come uno spazio laboratoriale, più che come una lezione frontale. Attraverso metodi attivi, narrativi e visivi — oggetti personali, immagini, domande professionali, lavoro in coppia, piccoli gruppi e restituzioni collettive — le persone partecipanti sono state accompagnate a esplorare le proprie pratiche, le proprie domande e le sfide che attraversano oggi il lavoro con le persone anziane.
Uno dei temi centrali emersi riguarda la necessità di guardare all’anziano non come categoria astratta, ma come persona in continua evoluzione, portatrice di storia, desideri, competenze, limiti, risorse e possibilità. I centri diurni sono stati riconosciuti come luoghi di incontro, appartenenza e partecipazione: non semplicemente spazi in cui “fare attività”, ma contesti in cui le persone possono sentirsi viste, accolte, riconosciute e ancora protagoniste della propria vita.
Il gruppo ha riflettuto sul cambiamento dell’anzianità e dei bisogni delle persone che frequentano i servizi. Gli anziani di oggi, e ancor più quelli di domani, portano esperienze, aspettative, interessi e familiarità con le tecnologie molto diverse rispetto al passato. Questo interpella i servizi a non restare ancorati a proposte standardizzate, ma a interrogarsi continuamente sul senso delle attività, sulle modalità di coinvolgimento e sulla possibilità di costruire percorsi insieme alle persone.
Un passaggio particolarmente significativo ha riguardato il tema della partecipazione. Mettere la persona “al centro” non significa solo progettare meglio per lei, ma creare condizioni perché possa esprimere desideri, preferenze, sogni, dissensi e proposte. Anche una domanda semplice — “qual è il tuo sogno nel cassetto?” — può aprire spazi di progettualità e restituire dignità al desiderio, anche nell’età anziana.
La comunicazione è emersa come competenza trasversale fondamentale. Il lavoro sulle domande aperte ha mostrato quanto il modo di porre una domanda possa aprire o chiudere possibilità di dialogo. Comunicare significa anche saper ascoltare, attendere, osservare il corpo, rispettare i tempi, verificare la comprensione, curare il tono, la distanza, il contatto e le parole utilizzate. In questo senso, è stata problematizzata anche la parola “utente”, a favore di un linguaggio capace di riconoscere le persone come soggetti, cittadini e partecipanti.
Ampio spazio è stato dedicato anche al lavoro d’équipe. Le operatrici e gli operatori hanno riconosciuto l’importanza di sostenersi reciprocamente, condividere fatiche, valorizzare differenze, riconoscere limiti e risorse di ciascuno. Il limite è stato discusso non solo come ostacolo, ma anche come confine, frontiera e occasione di incontro: qualcosa da nominare con cura, rispettare, attraversare o trasformare insieme.
Le cornici teoriche proposte — in particolare il modello bioecologico di Bronfenbrenner e la prospettiva della resilienza come capacità di orientarsi e negoziare risorse di Ungar — hanno aiutato a leggere il lavoro con le persone anziane dentro una rete più ampia di relazioni: famiglia, équipe, territorio, istituzioni, cultura, tempi di vita e trasformazioni sociali. Il benessere non dipende solo dalla singola attività proposta, ma dal modo in cui le risorse diventano accessibili, significative e condivise.
Dal percorso è emerso con forza che la qualità del lavoro nei centri diurni non dipende soltanto dal “che cosa” si propone, ma soprattutto dal “come”: come si accoglie, come si ascolta, come si coinvolge, come si costruisce fiducia, come si valorizzano le differenze, come si sostiene il desiderio di esserci.
La formazione si è conclusa con parole che restituiscono bene il senso dell’esperienza: condivisione, negoziazione, collaborazione, ricarica, partecipazione, coraggio, leggerezza, sicurezza, creatività, cura. Parole che parlano del lavoro degli operatori, ma anche dei bisogni profondi delle persone anziane che frequentano i servizi.
Il percorso ha confermato che i centri diurni sono luoghi vivi, in trasformazione, capaci di generare relazioni, appartenenza e possibilità. E ha ricordato che accompagnare le persone anziane significa continuare a credere che, in ogni fase della vita, resti aperto uno spazio per essere riconosciuti, partecipare, desiderare e contribuire.
Marco Ius, PhD, ricercatore in pedagogia generale e sociale dell'Università di Trieste, collaboratore di LabRIEF dell’Università di Padova nell’ambito del Programma P.I.P.P.I, Programma di Intervento Per Prevenire l’Istituzionalizzazione.