Ergoterapia - CAS Riabilitazione della persona con patologie alla mano
Dalla medicina alla riabilitazione alla mano: la scelta controcorrente di Francesco Romagnoli - Blog Formazione continua
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- Dalla medicina alla riabilitazione alla mano: la scelta controcorrente di Francesco Romagnoli
"Quando ti tagli un dito con un foglio di carta e improvvisamente non riesci più a fare nulla, capisci quanto la mano sia importante".
Per Francesco, ergoterapista specializzato nella riabilitazione della mano, questa è forse la lezione più sorprendente della mano: ciò che appare minimo racchiude spesso una complessità straordinaria. Una falange ne è l'esempio perfetto. Apparentemente insignificante, custodisce un equilibrio sofisticato di meccanica, biologia e controllo neurologico che rende possibili i gesti più ordinari della nostra quotidianità.
Ma quanto appena detto, facilmente si estende a tutta la riabilitazione della mano: un ambito che, osservato superficialmente, potrebbe sembrare circoscritto a una piccola parte del corpo, ma che in realtà è un mosaico di competenze cliniche, scientifiche e umane. Una complessità che Francesco ha scelto di esplorare fin dagli inizi della sua carriera e che lo ha portato, negli anni, a diventare una figura di riferimento a livello internazionale nel settore.
La sua storia professionale non nasce però nell'ergoterapia. Il primo capitolo si apre nelle aule di Medicina e Chirurgia. "Non era la disciplina a non piacermi ", racconta, "quanto il tipo di rapporto che riuscivo ad avere con il paziente ". A cambiare la traiettoria del suo percorso è un incontro quasi fortuito con alcuni terapisti occupazionali svedesi, conosciuti durante gli studi universitari a Bologna. Colpito dalla qualità della relazione che questi professionisti costruivano con le persone, Francesco inizia a guardare all'ergoterapia con crescente interesse.
L'obiettivo è rimasto lo stesso: aiutare le persone a recuperare la massima autonomia possibile
Francesco Romagnoli
Cosi, quando a Modena viene annunciata l'apertura del primo corso di laurea in ergoterapia in Italia, decide di cogliere l'occasione. Una scelta coraggiosa, soprattutto considerando che alla laurea in medicina mancavano soltanto due esami. Eppure, a distanza di anni, quella decisione continua ad apparirgli come la più naturale possibile. "L'obiettivo è rimasto lo stesso: aiutare le persone a recuperare la massima autonomia possibile".
L'incontro con la riabilitazione della mano arriva quasi subito. Modena ospita uno dei centri storicamente più importanti d'Italia per la chirurgia della mano e il giovane studente rimane immediatamente affascinato da quel mondo. Non tanto per la sua rarità, quanto per il livello di complessità che richiede. "Dopo pochi mesi avevo già capito che quella sarebbe stata la mia strada".
All'epoca, tuttavia, scegliere questa specializzazione significava muoversi in un territorio ancora poco esplorato. L'ergoterapia era una professione quasi sconosciuta e la riabilitazione della mano una nicchia nella nicchia. Durante i tirocini, Francesco e i suoi colleghi si trovavano spesso a spiegare non soltanto il proprio ruolo professionale, ma anche perché una mano non potesse essere trattata come qualsiasi altro distretto corporeo. "Molti pensavano che una mano si trattasse come un ginocchio. In realtà è esattamente il contrario".
Forse è stato proprio questo carattere pionieristico ad alimentare ulteriormente la sua curiosità. La conferma arriva qualche anno più tardi, durante un percorso di alta formazione in Svezia guidato da Birgitta Rosén, considerata una delle figure più influenti della riabilitazione della mano contemporanea. È un'esperienza che Francesco descrive ancora oggi come uno spartiacque. Più che le singole tecniche, a colpirlo è il metodo. Ogni scelta clinica viene costruita a partire dalle evidenze scientifiche disponibili; ogni osservazione può trasformarsi in una nuova domanda di ricerca; ogni pratica viene continuamente rimessa in discussione per essere migliorata. "Mi ha insegnato a guardare il lavoro clinico con occhi diversi".
Da allora ricerca, pratica clinica e formazione sono diventate dimensioni inseparabili del suo lavoro. Questo approccio lo ha portato ad assumere ruoli di rilievo nelle principali società scientifiche internazionali del settore, fino alla nomina a presidente designato della Federazione Mondiale della Riabilitazione della Mano. Per lui, tuttavia, il valore più grande di queste esperienze non risiede tanto nei ruoli ricoperti quanto nelle occasioni di confronto che offrono. "Lavorare con colleghi provenienti da contesti culturali diversi ti costringe continuamente a mettere in discussione le tue certezze ". Ed è proprio in questo dialogo costante che individua una delle principali fonti di crescita professionale.
Una prospettiva che porterà anche all'interno del CAS Riabilitazione delle persone con patologie alla mano della SUPSI, dove sarà responsabile del modulo dedicato all'anatomia funzionale, alla biomeccanica e alla clinica della mano. Un insegnamento che considera il fondamento dell'intero percorso formativo. Prima di comprendere le patologie, infatti, occorre comprendere il sistema. E pochi sistemi sono sofisticati quanto quello della mano.
Non sorprende quindi che, quando gli viene chiesto perché la mano sia così speciale, la risposta non faccia riferimento soltanto alla sua importanza simbolica o identitaria. Francesco preferisce partire dal cervello. "La rappresentazione della mano a livello cerebrale è enorme" . È spesso un infortunio a renderci consapevoli di questa centralità. Basta un piccolo taglio a un dito per accorgersi di quanto rapidamente anche le attività più semplici possano diventare complicate. Per questo motivo la riabilitazione della mano non consiste soltanto nel recuperare una funzione articolare o muscolare. Significa restituire alle persone la possibilità di tornare a fare ciò che conta per loro. Nella pratica quotidiana, Francesco cerca di costruire i percorsi terapeutici proprio a partire da questo principio. Gli strumenti più preziosi non sono necessariamente quelli tecnologici, ma quelli che appartengono alla vita delle persone: un pianoforte, uno scalpello, una racchetta, un utensile da lavoro.
Tra i molti pazienti incontrati negli anni, ricorda con particolare emozione un ex pianista prodigio che aveva abbandonato la musica a causa di una distonia focale. Dopo decenni trascorsi lontano dalla tastiera, un percorso riabilitativo gli ha permesso di tornare a suonare. Non semplicemente di recuperare un movimento, ma di ritrovare una parte importante della propria identità.
Come, d’altra parte, accade per quella piccola falange da cui siamo partiti: anche dietro un gesto apparentemente semplice si nasconde un universo di relazioni, esperienze e possibilità. Come ampiamente esplorato in quest'intervista, la riabilitazione della mano va ben oltre le articolazioni e i tendini: si occupa di tutto ciò che quelle mani permettono alle persone di essere e di fare.
L'incontro con la riabilitazione della mano arriva quasi subito. Modena ospita uno dei centri storicamente più importanti d'Italia per la chirurgia della mano e il giovane studente rimane immediatamente affascinato da quel mondo. Non tanto per la sua rarità, quanto per il livello di complessità che richiede. "Dopo pochi mesi avevo già capito che quella sarebbe stata la mia strada".
All'epoca, tuttavia, scegliere questa specializzazione significava muoversi in un territorio ancora poco esplorato. L'ergoterapia era una professione quasi sconosciuta e la riabilitazione della mano una nicchia nella nicchia. Durante i tirocini, Francesco e i suoi colleghi si trovavano spesso a spiegare non soltanto il proprio ruolo professionale, ma anche perché una mano non potesse essere trattata come qualsiasi altro distretto corporeo. "Molti pensavano che una mano si trattasse come un ginocchio. In realtà è esattamente il contrario".
Forse è stato proprio questo carattere pionieristico ad alimentare ulteriormente la sua curiosità. La conferma arriva qualche anno più tardi, durante un percorso di alta formazione in Svezia guidato da Birgitta Rosén, considerata una delle figure più influenti della riabilitazione della mano contemporanea. È un'esperienza che Francesco descrive ancora oggi come uno spartiacque. Più che le singole tecniche, a colpirlo è il metodo. Ogni scelta clinica viene costruita a partire dalle evidenze scientifiche disponibili; ogni osservazione può trasformarsi in una nuova domanda di ricerca; ogni pratica viene continuamente rimessa in discussione per essere migliorata. "Mi ha insegnato a guardare il lavoro clinico con occhi diversi".
Da allora ricerca, pratica clinica e formazione sono diventate dimensioni inseparabili del suo lavoro. Questo approccio lo ha portato ad assumere ruoli di rilievo nelle principali società scientifiche internazionali del settore, fino alla nomina a presidente designato della Federazione Mondiale della Riabilitazione della Mano. Per lui, tuttavia, il valore più grande di queste esperienze non risiede tanto nei ruoli ricoperti quanto nelle occasioni di confronto che offrono. "Lavorare con colleghi provenienti da contesti culturali diversi ti costringe continuamente a mettere in discussione le tue certezze ". Ed è proprio in questo dialogo costante che individua una delle principali fonti di crescita professionale.
Una prospettiva che porterà anche all'interno del CAS Riabilitazione delle persone con patologie alla mano della SUPSI, dove sarà responsabile del modulo dedicato all'anatomia funzionale, alla biomeccanica e alla clinica della mano. Un insegnamento che considera il fondamento dell'intero percorso formativo. Prima di comprendere le patologie, infatti, occorre comprendere il sistema. E pochi sistemi sono sofisticati quanto quello della mano.
Non sorprende quindi che, quando gli viene chiesto perché la mano sia così speciale, la risposta non faccia riferimento soltanto alla sua importanza simbolica o identitaria. Francesco preferisce partire dal cervello. "La rappresentazione della mano a livello cerebrale è enorme" . È spesso un infortunio a renderci consapevoli di questa centralità. Basta un piccolo taglio a un dito per accorgersi di quanto rapidamente anche le attività più semplici possano diventare complicate. Per questo motivo la riabilitazione della mano non consiste soltanto nel recuperare una funzione articolare o muscolare. Significa restituire alle persone la possibilità di tornare a fare ciò che conta per loro. Nella pratica quotidiana, Francesco cerca di costruire i percorsi terapeutici proprio a partire da questo principio. Gli strumenti più preziosi non sono necessariamente quelli tecnologici, ma quelli che appartengono alla vita delle persone: un pianoforte, uno scalpello, una racchetta, un utensile da lavoro.
Tra i molti pazienti incontrati negli anni, ricorda con particolare emozione un ex pianista prodigio che aveva abbandonato la musica a causa di una distonia focale. Dopo decenni trascorsi lontano dalla tastiera, un percorso riabilitativo gli ha permesso di tornare a suonare. Non semplicemente di recuperare un movimento, ma di ritrovare una parte importante della propria identità.
Come, d’altra parte, accade per quella piccola falange da cui siamo partiti: anche dietro un gesto apparentemente semplice si nasconde un universo di relazioni, esperienze e possibilità. Come ampiamente esplorato in quest'intervista, la riabilitazione della mano va ben oltre le articolazioni e i tendini: si occupa di tutto ciò che quelle mani permettono alle persone di essere e di fare.
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CAS Riabilitazione della persona con patologie alla mano
Il CAS Riabilitazione della persona con patologie alla mano forma ergoterapiste ed ergoterapisti capaci di valutare e intervenire sulle patologie della mano e del polso in contesti clinici diversificati, tra cui neuropatie periferiche, lesioni tendinee, fratture, patologie reumatiche e traumi complessi.
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